Anoressia, bulimia ed altri disturbi alimentari: il paradosso di un disagio che nulla a che vedere con il cibo!

Soffrire di un disturbo alimentare: “Perchè a me?”

Ho trascorso infinite ore, giorni, settimane, mesi ed anni a chiedermelo.

E se stai leggendo questo articolo, so bene che te lo stai chiedendo anche tu.

Come scrivo nella guida che puoi scaricare liberamente dal mio sito, la frustrazione del “perché proprio a me” sia capitato un disordine alimentare nasce ogni qual volta che, convincendoti di poter controllare ogni tuo “domani smetto”semplicemente imponendoti di smettere, realizzi che ahimè proprio non ci riesci.

Questo ragionamento è il precursore del senso di colpa e quest’ultimo, presuppone che tu abbia qualcosa di sbagliato. Io sono qui per dirti che invece di sbagliato in te, NON C’E’ PROPRIO NULLA. Mettiamola così: hai dentro di te un inquilino piuttosto fastidioso ma che è venuto a farti visita per per dirti qualcosa di importante e lo fa esprimendosi con un disagio cui hai il dovere di prestare ascolto.

Il disagio di cui parlo in questa sede è un disturbo alimentare. Quale che sia la sua entità ( anche il mangiare in maniera incontrollata rappresenta infatti un disturbo alimentare!) chiariamo subito che il cibo rappresenta SOLO LA PUNTA DI UN ICEBERG. Ergo, contrariamente alle associazioni “facili” di chi approccia superficialmente questo disagio, il cibo non ha molto a che vedere con un i disturbi alimentari ma figura piuttosto, come il terreno fertile e soprattutto facile (il cibo è ovunque e ci è richiesto di nutrircene per vivere!) su cui esprimere l’immenso potenziale energetico di chi eccede con al’alimentazione o se ne priva in maniera totalizzante (due estremi di una stessa medaglia).

 

Senso di colpa

Dopo anni di dolore ma soprattutto di studio e ricerca, sono arrivata alla conclusione che l’anoressia (il mostro con cui ho approcciato la mia adolescenza diversi anni fa) così come la bulimia o altri disordini anche di diversa entità, più che disturbi del comportamento alimentare siano  sintomi piuttosto spavaldi di chi non è in contatto con se stesso (e per intenderci, questo vale anche per altre sintomatologie).

Personalmente ho affrontato diversi approcci terapeutici e quel che ha funzionato è stato comprendere che per vincere questa battaglia non sia sufficiente appellarsi a questo o a quell’approccio dietetico, così come pressochè inutile è stato cercare di trovare una condotta sostitutiva a quella che precede la logica anoressica o bulimica. Guarire un sintomo infatti, non vuol dire guarire la malattia che si esprime sul cibo, ma si annida nell’anima. Ed è come fosse cronicizzata così in profondità che per essere notata, vista e ascoltata privilegiasse il primo canale di espressione o rifiuto dell’amore: il cibo.

Negli anni mi è stato sempre più chiaro che quando rifiutavo il cibo, in realtà rifiutavo l’amore della mia famiglia. Come se inconsciamente, quello fosse il segnale più potente di un verbalizzato difficile da decifrare nell’immediato e che si esplicava in un “Più nego a me stessa nutrimento e dunque amore, attenzioni, premure, più sarà evidente tutto questo paradossalmente invisibile dolore“.

Nella bulimia la logica è simile.

Tutto questo per evidenziare quanto alimentarsi bene, sostituire il comportamento disturbato con qualcos’altro non può risolvere un nodo stretto in profondità ed è la ragione per cui, tantissime persone, una volta messo a “tacere” il sintomo, credono di aver finalmente risolto il loro problema per poi ritrovarsi invischiati in altre dipendenze dalla sintomatologia differente (il disagio si trasferisce dal cibo a qualcos’altro) ma altrettanto dolorose e paralizzanti.

E’ quello che ho sperimentato in prima persona: mi è capitato di guarire il sintomo e continuare ahimè a sentirmi soggiogata da quello che definisco il mio inquilino peggiore : il non considerarmi degna di amore e accettazione da parte di me stessa.

La mia liberazione autentica è avvenuta quando a tutti i percorsi intrapresi in passato, ho associato la crescita personale, complice la mia passione infinita per l’argomento.

Catherine Hervais, psicoterapeuta con alle spalle tanti anni di bulimia poi finalmente sconfitta, scrive in “Cibodipendenti“:

“l’attacco bulimico è un’azione che non è preceduta da pensierio emozioni verbalizzabili; anzi, è appunto questa la sua funzione: siccome son pensieri ed emozioni troppo arcaici per essere verbalizzati, l’attacco bulimico li sostituisce. Lavorando non sul comportamento alimentare ma sulla personalità e le sue carenze, indipendentemente dalla dipendenza, si può imparare a individuare le nostre false percezioni, a non cascare nella loro trappola e ad evitare quelle reazioni emotive fuori luogo, intense, che rendono la relazione con se stessi e con gli altri molto complicata. In questo modo si evita lo scoglio di una eccessiva dipendenza affettiva che può indurci vuoi ad aggrapparci all’altro, vuoi a rimproverarlo, vuoi a fuggirlo”.

Il pensiero della Hervais rispecchia in toto il mio. Lavorare sulla personalità e le sue carenze, prima o poi, permette di avvicinare sempre di più quel dirupo che si affaccia sulla propria intima voragine personale: il vuoto d’amore. Quel vuoto che non può riempire un genitore, un fidanzato o un amico e nessun altro.

Da anni infatti, lotto con chi liquida una ragazza con disturbi alimentari ammonendola di richiamare alla memoria la lunga lista di persone che la amano: madre, padre, sorella, fratello, zio cognati, amici e così via. Non è e mai sarà sufficiente l’amore altrui a guarire la nostra fame d’amore. Una fame che di patologico ha solo l’essere il riflesso di un amore mai conosciuto. Come posso io amarmi infatti se nessuno mi ha insegnato a farlo?

Oggi collaboro in equipe con altre figure professionali (psicoterapeuti, psichiatri e nutrizionisti) canalizzando, ciascuno a suo modo e nel rispetto delle specificità professionali un messaggio di AMORE autentico, dove il termine autentico, nelle sue derivazioni greco-latine ( dal lat. tardo authentĭcus e dal greco αὐϑεντικός, derivato di αὐϑέντης = “autore”) sta per “AUTORE”. Non è forse meraviglioso? Credo  che non ci sia espressione migliore per un concetto così potente :

siamo noi i firmatari del nostro Amore ed abbiamo  il sacrosanto dovere di diventarne AUTORI trascendendo tutto quello che ci è stato insegnato e trasmesso dalla famiglia d’origine, dalla società, dal sistema. Un Amore senza copione e senza prestito.

 

guarigione

“Solo se amiamo, accettiamo e approviamo noi stessi così come siamo, tutto andrà bene nella nostra vita.
L’approvazione e l’accettazione di sé stessi. Qui e ora, sono le chiavi per arrivare a cambiamenti positivi in ogni aspetto della nostra vita.”

– Louise Hay –

 

 

 

 

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