Sono cresciuta in una famiglia in in più occasioni sono stata “iniziata al concetto della morte” come fenomeno naturale per nulla accessorio alla vita.
Per esempio nelle sere di fine ottobre mio padre invece che raccontarmi una fiaba mi leggeva la Livella di Totò e sul finale ci teneva sempre a ricordarci l’iscrizione funebre:

Quello che tu sei io ero, quello che io sono tu sarai!

Era davvero singolare il dibattito che ne veniva fuori. Non facevamo che parlare di quanto fosse da stolti provare attaccamento per gli oggetti dal momento che nessuno possiede nulla ed è un’illusione pensare di poter trattenere per sè diceva papà che non ha mai omesso di coinvolgere me e mio fratello in funerali, visite al cimitero e riflessioni a tema. Peccato che le risposte comportamentali a questi stimoli erano completamente diverse tra me e mio fratello.
Io per esempio, ne uscivo sempre distrutta. Da ragazzina ero nel coro della chiesa e non di rado mi capitava di cantare per il funerale di perfetti sconosciuti ma ogni volta era sempre la stessa storia: indagavo sulla storia famigliare del defunto e subito partiva il disco dell’immedesimazione con tanto di litania emotiva a seguito.
Il dolore degli altri è sempre stato il mio. In quegli anni, maledettamente mio.
Mio fratello invece è sempre stato più pratico: – serve che io faccia qualcosa? – bene lo faccio- .
E così si ritrovava a portare corone di fiori o supportare bande musicali da corteo funebre. Al cimitero chiedeva a papà “duemila lire” e poi spariva letteralmente: le avrebbe usate per acquistare fiori da mettere sulle lapidi abbandonate di bambini morti durante la guerra. Era piccolissimo ma ha continuato a farlo per anni. Probabilmente, non ha mai smesso.
La mia reazione oggi mi è piuttosto chiara: ce l’ho avuta per anni con mio padre , con questo suo modo così diretto di farci approcciare la morte perchè sin da piccola avvertivo la terra come un macigno insopportabile. Ci sono bambini che sentono “nostalgia di casa” mentre gli adulti attorno sembrano non accorgersi di cosa accada.  Oggi, quello stesso slancio lo stimo profondamente e oltre a chiedergli scusa, vorrei dirgli quanto sia stato un grande ad educarci ad uno dei passaggi più importanti dell’esistenza umana. Non so cosa avrei fatto al suo posto e per questo, ammiro tantissimo il suo slancio che alla donna che sono oggi arriva come una ricchezza senza eguali.
Sin da bambini siamo edu-castrati al pensiero duale che nella combo vita e morte realizza costantemente la dualità degli opposti. Morale della favola, sin da subito assumiamo per vero che è bello ciò che e vita, gioia, successo, obiettivi e salute mentre è triste tutto ciò che ci porta a vivere la paura, la tristezza le incertezze, la malattia, la morte.
Vivere a braccetto con questa pericolosa e rigida stigmatizzazione di quegli aspetti dell’esistenza che ci invitano all’incontro con l’interiorità è esattamente ciò che  porta a strategie di evitamento e rimando, peggio ancora repressione di manifestazioni tanto care all’inconscio per realizzare l’integrazione tra vita e morte.
La distrazione da sè è solo l’effetto di una lunga catena di azioni ripetute e consolidate in nome di un appuntamento letto con le lenti distorte della paura e di una vera e propria dissonanza cognitiva:
Temiamo disperatamente la morte fisica, la nostra e quella altrui ma ci importa molto poco di occuparci della morte che più volte nella vita attraversiamo al nostro interno, credendoci “vivi ” per il semplice fatto esistere come individui che camminano.
Mi chiedo invece che mondo meraviglioso sarebbe la smettessimo di concettualizzare la morte come evento fenomenico subito al di fuori di noi per iniziare a incontrare, con uno sguardo completamente nuovo, le infinite morti che ci attraversano nel corso di una stessa esistenza.
Quando si affronta con naturalezza questo passaggio, la morte di qualcuno può essere vissuta, anch’essa, con lo sguardo vergine , ripulito dalle scorie di tanti condizionamenti, di chi avendo realizzato l’immortalità dell’anima può finalmente vivere il momento del distacco terreno con la lucida e fervida consapevolezza che no, non finisce un bel niente e che a spogliarsi di un involucro fisico è un’Anima che continuerà il suo viaggio le cui tappe non ci è dato sapere.
Ma la nostra parte umana, quella di chi resta, si ribella, ruggisce all’ingiustizia che crede di aver immeritatamente subito, si violenta nella ricerca compulsiva dei come e perchè e così facendo, senza neanche rendersene conto, inibisce l’ascolto di messaggi incredibili sottesi ad un passaggio che vive di una comunicazione nuova :
proprio come accade nella trasmissione radio- occorre drizzare le antenne a ricevere  frequenze completamente diverse ma non per questo, inesistenti. La conditio sine qua non per affinare il processo, quasi sempre è quella di dimorare in un cuore puro, libero dall’identificazione con l’ego e pronto ad accogliere la portata rivoluzionaria di messaggi senza tempo e spazio.
Per noi occidentali lo so, è un sacco difficile: completamente assuefatti all’attaccamento , pensiamo alla morte come ad una faccenda avvilente, una deprivazione sconvolgente. E’ per questo che mi sono sempre sentita vicina allo sguardo orientale sul tema morte e distacco, infinitamente più genuino, leggero,  inclusivo e lungimirante: il loro modo di vivere la reincarnazione è qualcosa che noi occidentali non abbiamo ancora mai veramente interiorizzato.
Per esempio apprezzo tantissimo la celebrazione messicana de – El Dia de los Muertos, – Il giorno dei Morti celebrato dal 28 ottobre al due novembre con un focus completamente diverso dal nostro: si celebra la vita con una festa dedicata ai defunti.
Alla base c’è la certezza che in queste ore lo Spirito di chi ci ha lasciato sia particolarmente vicino  ai parenti vivi i quali per omaggiare tanta vicinanza cospargono le lapidi di decorazioni e fiori meravigliosi e  realizzano gli “altar de muertos“ altari vivacissimi e coloratissimi eseguiti adottando regole ben precise con le immancabili foto dei defunti.
Caratteristici sono anche gli allestimenti di piatti squisiti come il  “Pan de muertos“, il dolce realizzato appositamente per questa commemorazione, teschi zuccherati e non di rado personalizzati con le  iniziali del nome e regalati come portafortuna, brocche d’acqua per
dissetare i defunti e il sale, simbolo di protezione.

Durante i festeggiamenti non mancano che indossano travestimenti da scheletri colorati, e insieme agli adulti ballano e sfilano celebrando la vita, di cui la morte rappresenta quel  passaggio che va accettato. e infine  ma non ultimo, chi decide di  trascorrere la notte accanto ai propri morti in cimitero, allestendo pic nic e accompagnano con musica il tempo lì trascorso.

Quanto siamo culturalmente lontani da tutto ciò? Tantissimo, al tal punto che ci sembrerebbe una pura follia. L’idea non è di

certo quella di negare il dolore, la rabbia e il senso di perdita, ma di viverli, legittimarsi a farsi attraversare dall’angoscia per poi trascenderla e guardare alla vita (e dunque alla morte) cn occhi diversi.

Non a caso una festa simile è diventata  Patrimonio dell’Umanità e considerata dall’Unesco una delle più antiche e straordinarie espressioni culturali che affermano l’identità di un popolo che forte delle sue origini indigene celebra tutta la potenza e la ricchezza degli antenati.

A tutti i miei meravigliosi antenati, a tutti i miei defunti che sono diventati complici indiscussi di questo bellissimo viaggio in cui non facciamo che comunicare surfando da una dimensione all’altra accarezzati dallo stesso vento, riscaldati dal fulgore della stessa luce e attraversati dalle ombre di un karma dalla radice comune ma i cui rami mi aiutate, con il vostro trapasso, a spezzare.

Grazie di esserci stati : mi arriva tutta la vostra riconoscenza per tenervi in vita costantemente. Proprio qui, proprio ora, nel mio cuore.

Qual è il tuo approccio alla morte? Come l’hai vissuta negli anni?

Ti va di parlarmene?