Quante volte leggiamo o ascoltiamo la frase “non sono più i tempi di una volta, il cellulare ha rovinato tutto!la gente non si incontra più e non si racconta più nulla di profondo!”

Infinite.

Ora, tendenzialmente è vero, ma rischia di essere una dichiarazione fine a se stessa se non visionata nell’ottica della consapevolezza.

La tendenza separativa del nostro sguardo fa sì che ci sia un “io” che sfoga tutti i suoi livori all’esterno, additandoli immancabilmente alle crepe della società ignorando che essa si costruisce, nelle fondamenta, sull’esempio dei singoli.

Detto in maniera più semplice si tende a subire gli accadimenti esterni come se davvero provenissero da lì senza che ci sia stato un nostro tacito consenso o adesione individuale.

Tutto questo è rischioso per l’evoluzione e porta irrimediabilmente a cronicizzarsi nei propri meccanismi spesso derivanti da ferite infantili, bisogni mai veramente visti e dunque, espressi .

Infatti, l’iperdigitalizzazione comporta un rischio tra tutti:  illuderci di essere sempre in compagnia virtuale, circondati da «amici» o presunti tali salvo poi inchiodarci in una situazione di effettivo isolamento se non di solitudine.

Manfred Spitzer neuroscienziato tedesco che al tema ha dedicato diverse pubblicazioni fra cui i saggi «Demenza digitale», «Solitudine digitale» e l’ultimo,  «Connessi e isolati» ha più volte denunciato il fenomeno mostrando le dinamiche del cortocircuito che s’accende tra  all’incrocio fra la ben nota «fomo» acronomi ci  fear of missing out, cioè a paura di rimanere tagliati fuori da notizie, aggiornamenti e gossip e la condizione drammatica di persone sempre più tristi, depresse e  incastrate in società ipercompetitive dove in modo spietato, il tempo per la socialità nutriente è sempre meno.

D’altronde la solitudine è un’esperienza umana universale che può riguardare tutti, in momenti diversi della propria vita. Il punto è capire in che modo le piattaforme sociali possano, oltre una certa soglia di utilizzo o addirittura dipendenza, esserne la causa. O quanto meno favorirla. Un’indagine dello scorso anno pubblicata sull’American Journal of Preventive Medicine spiegava per esempio che più tempo trascorriamo su Facebook, Instagram, Twitter, TikTok e gli altri e più la nostra sensazione di essere isolati aumenta. Dalle risposte delle 1.800 persone intervistate è emerso infatti che chi si spinge oltre le due ore al giorno ha il doppio di probabilità di sentirsi solo rispetto a chi si limita a curiosare per una mezzoretta al massimo, con un approccio più leggero. Ovviamente gli utenti compulsivi hanno fatto segnare i risultati peggiori: chi visita più di 58 volte alla settimana i siti ha il triplo delle possibilità di sentirsi isolato rispetto a chi rimane sotto la decina di aperture delle app. Una soglia che, se ci pensiamo bene, spesso superiamo nel giro di una sola giornata.

IL RUOLO DELLA CONSAPEVOLEZZA

Come sempre, il primo passo più importante , lo fa la consapevolezza. 

Consapevolezza di come funzioniamo, dei vuoti che abbiamo, delle ferite in cui ci trasciniamo.

Non serve sognare un ritorno al passato, lontano dai social e dall’iper digitalizzazione. Non è possibile. Significherebbe non abitare davvero il mondo, estraniarsi in una bolla, vivere fuori contesto con l’illusione di proteggerci e allontanarci da ciò che non riusciamo a governare.

La soluzione più evolutiva riguarda l’imparare a gestire e gestirci da un punto di vista emotivo e comportamentale.

Ma, ora, adesso, possiamo fare qualcosa per sentirci, ascoltarci e agire sul comportamento di riflesso alla presa di coscienza dell’attuale contesto.

I social sono semplicemente, uno strumento : il ritrovarsi completamente zombizzati dall’ennesimo reel perditempo, l’andare in ansia se non ci si porta il cellulare appresso, il fare i capricci come i bimbi se quell’amico non  corrisponde l’ennesimo messaggio anzichè alzare il telefono e chiedergli, davvero, come sta e se , per caso, non stia vivendo un momento di difficoltà, non dipende da un mostro chiamato società, ma da esclusivamente dal nostro non esserci come singoli, dai nostri ingranaggi, dalla nostra sfrontata meccanicità.

Da dove nasce la dipendenza 

In anni di lavoro a stretto contatto con persone, ricercatori e anime in viaggio alla presa con il disagio psichico ho potuto appurare che la maggior parte delle volte ciò che costringe all’abuso che purtroppo in alcuni casi volge in dipendenza dalllo smartphone e dai social in generale è la ricerca nevrotica di uno stimolo che possa sedare inquietudine e disperata ricerca di approvazione, consenso e riempire un vuoto importante di amore.

Non c’è neanche un essere umano che non sia stato coinvolto in questa nevrosi senza, di tutta probabilità, rendersene conto.

Per quanto possa sembrare  piuttosto scontato e banale , una soluzione davvero efficace, priva di fronzoli e molto pratica è  quella di spezzare immediatamente il circolo vizioso muovendo il corso: uscire per fare passeggiate in natura, possibilmente lunghe, dedicarsi a quello sport che sempre temporeggiamo a praticare, iniziare un hobby, leggere un libro.

Rieducare il corpo, la mente e lo Spirito ad un ritmo di vita naturale e nel rispetto del corpo è mai come adesso impellente.

Altri consigli pratici e davvero molto utili che suggerisco spesso alle persone che lavorano sono quelli mirati direttamente alla gestione della tecnologia. Io trovo impeccabile il vademecum di Salvatore Aranzulla, per cui prova a dare un’occhiata qui.

Da professionista che , come tantissimi altri , impiega questo strumento per l’attività di lavoro , ho provato un effetto shock quando ho osservato coscientemente l’incosapevolezza che porta ad andare completamente fuori controllo, il lasciarsi fagocitare da trilioni di messaggi, tantissima richiesta di attenzioni, abuso dello spazio e dell’energia altrui , movimenti adolescenziali e molto altro.

I nostri corpi sono completamente intossicati e non basta dare la colpa all’inquinamento atmosferico o al cibo che mangiamo.

Ci si intossica tutte le volte in cui lasciamo entrare disinformazione mediatica, notizie votate al terrore, agganci affettivi ed emotivi, pressioni e richieste di ogni tipo, eggregore psichiche collettive.

Il corpo però è straordinariamente intelligente e non di rado , grazie a scossoni, incidenti e gravi malesseri, urla disperato tutto ciò che è stato taciuto.

Mollate ogni tanto il wifi e ascoltatevi.

Ascoltiamoci.

Sentiamoci.