Ti svelo un segreto: tutti i migliori sono matti. C’è un posto che non ha eguali sulla terra… Questo luogo è un luogo unico al mondo, una terra colma di meraviglie mistero e pericolo. Si dice che per sopravvivere qui bisogna essere matti come un cappellaio.

È questo che dichiara Alice al Cappellaio matto nel celebre romanzo capolavoro di  Lewis Carroll.

Ma è davvero così? I Matti, i folli, sono davvero i migliori? E soprattutto cosa vuol dire essere folli?

Mi dimenavo tra questi interrogativi giusto ieri, mentre mi trovavo tra le strade del centro di Bari, cittadina rinomata della Puglia, la regione in cui abito.

Non so da quanto non ci mettessi piede ma ha picchiato forte, in quel momento, la Vita professionale che ho ricordato prima di cambiare vita dedicandomi al mio attuale progetto lavorativo che mi porta, per scelta, in giro per l’Italia.

Ero stata da poco assunta in un’ azienda dove mi fu data carta bianca nel tirare su un progetto di formazione per il management.
Ricordo ancora l’ emozione, l’ entusiasmo e la passione che da sempre infiamma il mio petto quando si tratta di lavorare sullo sviluppo del potenziale umano.

Dopo qualche  mese ci presi gusto e il direttore della comunicazione mi disse che forse le mie erano idee troppo visionarie per la fase di mercato che affrontavano.

Peccato che lui scambiasse,  ogni santo giorno, la causa, con l’effetto. Quando analizzavo i Key Performance Indicators per esempio, il paradigma che orientava ogni mia valutazione di business sovvertiva quella su cui da anni, a mia percezione e nonostante la brand awareness aziendale,  si erano letteralmente seduti con il naturale effetto stagnazione dei processi , perdita progressiva di fatturato, rischio elevatissimo di falle nella brand reputation da lì a 10 anni.

Mica posso dimenticare le call che gli chiedevo immancabilmente fuori dall’orario di ufficio pur di aiutarlo a prendere in considerazione quelle variabili che per loro erano una perdita di tempo, quando si trattava di lavorare sul potenziale umano delle persone.

” 𝐷𝑖𝑣𝑒𝑟𝑡𝑖𝑡𝑖 𝑒𝑑 𝑒𝑠𝑐𝑖 𝑑𝑎𝑙𝑙’𝑢𝑓𝑓𝑖𝑐𝑖𝑜, 𝑝𝑜𝑖 𝑛𝑒 𝑝𝑎𝑟𝑙𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑙𝑢𝑛𝑒𝑑𝑖̀” era solito rispondere a tutte quelle domande che invece a me toglievano il sonno.

Sempre. Puntualmente.

La verità è ciò che i miei colleghi leggevano come “stacanovismo” , per me si chiamava infinita dedizione alla causa, passione per la manifestazione di quei talenti che loro puntualmente mandavano in prescrizione senza neanche vedere, figuriamoci sentire, le risorse latenti dei collaboratori.

” 𝑪𝒊 𝒊𝒏𝒕𝒆𝒓𝒆𝒔𝒔𝒂𝒏𝒐 𝒊 𝒏𝒖𝒎𝒆𝒓𝒊 𝑭𝒍𝒐𝒓𝒊𝒂𝒏𝒂, 𝒏𝒐𝒏 𝒈𝒍𝒊 𝒔𝒍𝒂𝒏𝒄𝒊 𝒅𝒊 𝒆𝒎𝒑𝒂𝒕𝒊𝒂 𝒑𝒆𝒓 𝒊 𝒔𝒐𝒈𝒏𝒊 𝒏𝒆𝒍 𝒄𝒂𝒔𝒔𝒆𝒕𝒕𝒐 𝒅𝒆𝒊 𝒅𝒊𝒑𝒆𝒏𝒅𝒆𝒏𝒕𝒊”.

Altre volte si spingeva dichiaratamente in un diretto ” 𝑡𝑢 𝑠𝑒𝑖 𝑝𝑎𝑧𝑧𝑎, 𝑑𝑎𝑖”. Mi chiese di ridimensionare la mia proposta per sottoporla a nuova revisione nel meeting successivo. Quello a cui, non mi presentai proprio.

Poco dopo, con un contratto indeterminato fresco di firma, mi licenziai.  A distanza di un anno mi scrisse un messaggio :

ho sbagliato tutto Floriana. Sono stato a un corso a Ginevra tenuto da una manager che di professione è esperta di sviluppo personale come te – ( in principio infatti mi occupavo di crescita del personale e business coaching ) – ho capito – proseguì – che  ho tanto da imparare in fatto di crescita del personale. E la migliore occasione l’ ho avuta tra le mani, grazie ad una Folle . Ma doveva andare così…sono in tempo per chiederti di rivalutare la proposta?❤️

Non accettai, ma nel frattempo, siamo diventati ottimi Amici✨️

Voglio condividere con voi ho imparato da quella esperienza:

  • che non è vero che i folli sono i migliori. Semplicemente, spesso, vedono un po’ oltre rispetto agli altri compagni d Viaggio. Non sono più fighi, non sono “più avanti”. Semplicemente vedono altro, ma questo non rende scemi tutti gli altri ( come il mio ex capo a cui per esempio riconosco una fervida intelligenza intuitiva);

 

  • che il  mio accanimento alla causa era sì indice di un mio talento e fuoco di Volontà, ma anche il non riuscire, con i mezzi che avevo in quel momento, che esistono dei tempi da rispettare e quando si tratta di animo umano, non c’è nulla che si possa forzare, figuriamoci l’ espansione della coscienza ( sì, quella che vi vendono nei corsi di tre mesi a ennemilaeuro )

 

  • -che è bello, assai ri-cordare. Perchè solo quando accade, realizzi l’atemporalità multidimensionale delle nostre esperienze. Non di certo quando ripeti a pappagalllo i testi di “evoluzione delle scemenze”.

Tipo, in questo momento della vostra vita, cosa vi sta insegnando quell’esperienza, sì proprio quella, da cui scappereste a gambe levate?

E quanto vi fidate delle vostre idee , percezioni e intuizioni anche quando per niente condivise dagli altri? Ci rinunciate o ancor di più ve le abbracciate?

Non dovete rispondere necessariamente a me, ma se vi va di farlo, io, sono qui. Come sempre. ) E dove, se no? 🙂

Tutto questo per dirvi che: non ha senso perdersi  e cuocersi sempre nel solito brodo di ” io sono più avanti, io ho un livello di coscienza superiore e lì non ci posso stare”. Prima di parlarne, allenatevi a sentirle, queste percezioni. Non immaginate i portoni che si spalancano quando rinunciate una volta per tutte a queste coccole spiritualoidi.

Voglio dirvi di più con un esempio…

Quando ho iniziato ad appassionarmi a vita e opere di Steve Jobs ho capito quanta differenza intercorra tra la maestria del genio e l’essere semplicemente una persona intelligente.

Non puoi probabilmente essere un genio senza un alto livello di autismo, e Steve Jobs era iper-autistico. Esattamente come Olivetti e Einstein, certamente più empatici del primo. Quando sento parlare di lui come un manipolatore, credo che il rischio – peraltro altissimo, sia quello di confonderlo con l’avatar dei manipolatori psicopatici che irrorano con il loro ego trionfale, le poltrone dirigenziali delle grandi aziende. Non è il caso di Steve. Lui era semplicemente e totalmente ossessionato dalla percezione di avere un “fine più alto” e in nome di quest’ ultimo, niente e nessuno lo  fermava, a partire da se stesso. Non godeva nel farlo,  sia chiaro, ma sentiva che DOVEVA farlo.

Detto questo: Steve Jobs è stato probabilmente l’ultimo artigiano a salire al comando di una mega corporation. La sua passione per il prodotto e la sua comunicazione non hanno più avuto eguali a quei livelli. Basta questo a renderlo giustamente immortale.

Non era necessariamente migliore di qualcuno perchè la sua idea era geniale ma a renderlo folle era il suo continuare imperterrito nel crederla possibile perchè in linea con i suoi valori e la sua visione personale votata alla fruibilità di una intera comunità planetaria.

In barba a chi gli remava contro.

In barba a chi impegnava il suo tempo ad invidiarlo.

In barba a chi il prossimo sgambetto e l’ennesimo progetto copiato.

Lui però rispondeva così :

 non è possibile unire i puntini guardando avanti; potete solo unirli guardandovi all’indietro. Così, dovete aver fiducia che in qualche modo, nel futuro, i puntini si potranno unire. Dovete credere in qualcosa – il vostro ombelico, il destino, la vita, il karma, qualsiasi cosa. Questo tipo di approccio non mi ha mai lasciato a piedi e invece ha sempre fatto la differenza nella mia vita.

E nella vostra vita?

Vi siete mai chiesti cosa fa la differenza tra l’alzarvi al mattino con un senso di scopo seppur osteggiato dal mondo intero e il trascinarvi alla macchinetta del caffè con l’energia di un bradipo e lo spirito di un ameba?