Essere nel mondo e farlo da svegli richiede acume d’ingegno e spirito di osservazione affilato: ovunque c’è spazio per la bellezza ma occorre avere fiuto, prudenza, una dose di invisibilità e quel pelo sullo stomaco che non guasterà mai.

Ed ecco che tra una maglia e l’altra del mainstream con tanto di dittatura del dogma, del gusto estetico e artistico, della cifra culturale, della propaganda politica sempre serpeggiante nel tentativo di mistificare messaggi di cartapesta sulla pace, il conflitto e la religione (strumentalizzando l’ospite di turno in nome di un politically correct ormai nauseabondo), e dell’indotto abbattimento della tradizione e dei suoi valori ( in primis la famiglia, la scuola , l’identità sessuale e molto altro) si scova la luce di ciò che nella sua apparente banalità suona come originalità.

Ascoltare Lucio Corsi al festival di Sanremo è stato un guizzo di gioia per l’Anima.

Sconosciuto al pubblico di massa, questo speciale artista che dal prog Rock ha aperto le ali nel cantautorato, mi ha riportato, complice questa dolce ballata rock a tratti anche country , a quella fervida immaginazione di bambina che , insieme a tanti altri della sua età, non aveva idea di quanto le sarebbe costato lo schianto di quegli slanci puri, fervidi di arte e poesia con la durezza di un mondo in fiamme e forse un po’ infame, dai contorni di una vera e propria prigionia senza sbarre.

Quello stesso carcere che si scopre poi essere una benedizione : la realizzazione di esserci dentro per una ragione e il dovere di uscirne grazie all’esplorazione di sè, dei propri copioni interiori, meccanismi, proiezioni fino all’ambita identificazione con il nostro Sé superiore.

Il brano portato a Sanremo volevo essere un duro , tra ironia e disillusione, getta luce sul tema ricorrente del conflitto tra essere e non essere/apparire – forma ed essenza – in un mondo in cui l’ostinata spinta performativa ad eccellere in qualsivoglia direzione cade (finalmente) cedendo la maschera alla più alta ( e autentica)  rappresentazione della forza: il valore della vulnerabilità e dell’ iper-sensibilità.

Con l’ autenticità di un viso alla pierrot malinconicamente gioioso, Lucio sintetizza con un dinamismo musicale frizzante e poetico insieme- di chitarra e pianoforte, il manifesto di un bambino interiore finalmente  pacificato con la più grande acquisizione:

scoprire che non essere diventati ciò che si sognava, in fondo, non è poi così male.

I girasoli con gli occhiali mi hanno detto
“Stai attento alla luce”
E che le lune senza buche
Sono fregature
Perché in fondo è inutile fuggire
Dalle tue paure

In un girone dantesco infernale dove impera la corsa frenetica all’indossare l’ennesima maschera di esasperato perfezionismo e perbenismo volti alla ricerca della vanità e del consenso, diventa dunque liberatoria l’aspirazione timida ma composta a non essere proprio “nessuno”.

Perchè poi forse è questa l’unica via per poter essere tutto. Tutto ciò che ci permette di fare un lavoro al contrario: togliere, liberare spazio affinchè possa fruttificare il seme di chi siamo destinati ad essere , nient’altro che noi stessi.

È meraviglioso veder rappresentata , fedelmente, tanta ispirazionale autenticità anche sul palco con un sol scordato – come lui stesso dichiara e un microfono acciuffato “in ritardo” perchè è troppo importante l’accordo sulla chitarra.

A proposito di “Volevo essere un duro”, Corsi racconta:

Lucio Corsi in concerto alla Suoneria di Settimo Torinese foto di Luca Moschini per www.rockon.it

“È nato un anno e mezzo fa per il disco che sto preparando, non per Sanremo. Le canzoni non vanno pensate e forzate. Vanno amate a prescindere dalla strada che prendono. È una ballata, la forma di canzone a cui sono più legato: mi consente di utilizzare parole in comodità, considerando la ricchezza della nostra bella lingua italiana”.

 

 

Portiamo alta la bandiera della normalità che per quelli normali il mondo è duro. Da sempre.

Non lo dico io , lo canta questo meraviglioso Lucio.

Se potete guardate qualche intervista perchè sono diverse le dichiarazioni in cui, con quella timida autorevolezza e rispetto per la sua natura , sgancia messaggi di autentica bellezza.

Ascoltate gli altri inediti : scoprirete tra suoni folck, blues e rock una collezione di immagini e metafore poetiche in pieno stile Gianno Rodari.

Tipo quella in cui normalizza (daje) il concetto di “comfort zone” osando battute di tutta intelligenza mista a decoro,grazia e gentilezza. ( la trovi qui )

Quando gli chiedono quali siano i suoi punti di forza , lui con l’imbarazzo e la tenerezza di un’Anima delicata e una personalità non ingenua , rimbalza un potenziale autoreferenzialismo che non gli appartiene a chi può accordargli doti dall’esterno- perchè se lo facesse da sè, non avrebbe un senso.

Grazie mille Lucio. Oggi , mentre scrivo queste parole, sono felice.

Il video clip del brano – Volevo essere un duro – da oggi ufficialmente a me caro nei miei progetti di lavoro sul bambino interiore.

Let’s Love, Let’s Rock.