Chi si prende cura di chi cura? Vivere il cancro di un genitore o di un parente sulla pelle sa cosa si prova: un inferno che divora.
Ieri ricorreva la giornata mondiale dedicata al cancro al pancreas.
Tanti ospedali nel mondo si sono illuminati di lilla.
Un mio amico medico mi ha scritto:
“Mi aspettavo che dicessi qualcosa oggi.”
E ci ho riflettuto.
Vero.
Ma la mia scrittura non è un comando vocale.
È sentire. È onestà.
Non si manifesta “a richiesta”. Piuttosto un tempo, quando sognavo di fare la giornalista di strada, rincorreva lo spasmo di un’inchiesta. E forse, la sostanza del mio dire e fare, è rimasta la stessa.
E così stamattina, facendo un banalissimo backup del cellulare, mi imbatto in una foto.
Quella foto. Una delle tante che picchiano forte dentro ma al cuore sempre fanno centro.
Un pugnale nel petto, una lama micidiale che riporta a galla tutto ciò che il tuo umano vorrebbe maldestramente dimenticare.
Perché ci sono viaggi che ti restano addosso come cicatrici.
Il mio iniziò su un treno: il primo di tanti, verso un’altra grossa sfida evidentemente contemplata nel mio disegno.
Tutto inizia con un sospetto, un presagio, un avvertimento, e il mio è stato ancora una volta sottile prima che clinico, la voce del mio Spirito che da anni sa anticiparmi la sfida che dovrò affrontare. Una diagnosi maledetta, lo ha solo potuto confermare.
In uno dei gruppi che da allora sarebbero diventati la mia casa rifugio virtuale, dove il cuore a pezzi ma anche la resilienza che solo i caregivers di tempra guerriera possono testimoniare – chi ci era passato mi aveva detto: –
𝑂𝑘 , 𝑑𝑎𝑖 , 𝑎𝑑𝑒𝑠𝑠𝑜 𝑞𝑢𝑒𝑙𝑙𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑑𝑒𝑣𝑖 𝑓𝑎𝑟𝑒 𝑒̀ 𝑚𝑒𝑡𝑡𝑒𝑟𝑒 𝑙𝑜 𝑠𝑔𝑜𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜 𝑑𝑎 𝑝𝑎𝑟𝑡𝑒, 𝑐’𝑒̀ 𝑑𝑎 𝑎𝑟𝑚𝑎𝑟𝑠𝑖 𝑑𝑖 𝑢𝑛𝑎 𝑓𝑜𝑟𝑧𝑎 𝑖𝑛𝑖𝑚𝑚𝑎𝑔𝑖𝑛𝑎𝑏𝑖𝑙𝑒, 𝑑𝑒𝑣𝑖 𝑒𝑠𝑠𝑒𝑟𝑒 𝑝𝑟𝑜𝑛𝑡𝑎, 𝑠𝑎𝑟𝑎̀ 𝑑𝑢𝑟𝑖𝑠𝑠𝑖𝑚𝑎 𝑝𝑒𝑟𝑐ℎ𝑒̀ 𝑠𝑎𝑟𝑎𝑖 𝑙𝑎𝑠𝑐𝑖𝑎𝑡𝑎 𝑠𝑜𝑙𝑎 𝑑𝑎𝑙𝑙𝑒 𝑖𝑡𝑖𝑡𝑢𝑧𝑖𝑜𝑛𝑖, 𝑑𝑎 𝑡𝑎𝑛𝑡𝑖 𝑚𝑒𝑑𝑖𝑐𝑖 , 𝑐𝑜𝑛𝑜𝑠𝑐𝑒𝑟𝑎𝑖 𝑖𝑙 𝑝𝑒𝑔𝑔𝑖𝑜 𝑠𝑐𝑒𝑛𝑎𝑟𝑖𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑖 𝑝𝑜𝑠𝑠𝑎 𝑟𝑎𝑐𝑐𝑜𝑛𝑡𝑎𝑟𝑒. 𝑁𝑜𝑛 𝑐𝑖 𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑐𝑢𝑟𝑒, 𝑚𝑎 𝑡𝑢 𝑛𝑜𝑛 𝑑𝑒𝑣𝑖 𝑚𝑜𝑙𝑙𝑎𝑟𝑒-
Avevano ragione, una fottutissima ragione, tranne su una cosa.
Io non sono MAI stata lasciata sola dal Padre e no, nessuno viene mai abbandonato sulla Via fintanto che la sua direzione è amare più forte fino ed oltre la morte.
In quello che è stato unviaggio senza eguali, ho vissuto tanta bellezza, respirato connessione vera, solidarietà di cuore.
Altro che le parole.
In una sanità al collasso stritolata dalla medicalizzazione, dove troppo spesso la diagnosi e la malattia oscura la persona e il malato viene guardato come un codice, non come un essere umano, io sono stata omaggiata di conoscere l’eccezione.
Ne approfitto per fare la mia umile parte ringraziando immensamente il prof Massimo Falconi Clinica Chirurgia del Pancreas, medico ESEMPLARE che insieme allo straordinario Prof Claudio Bassi ha piegato tutta la sua esitenza al Servizio di una medicina missionaria.
Non potrò mai scordare le loro telefonate a cui involontariamente ho assistito mentre con papà sedevamo tra i corridoi del 5 piano tra poster di David Bowie e tele rockeggianti prima ancora di sapere che quel luminare era un grande chitarrista che aveva cavalcato in lungo e in largo i teatri e le piazze veronesi, per sopravvivere con la sua musica al dolore di veder morire così tante persone. Portava il rock, il pop, il soul in corsia come strumento di guarigione ed io piangevo perchè mi sembrava una benedizione.
Sapemmo poco dopo della sua scomparsa. Combatteva anche lui un male ma non lo sapeva quasi nessuno. E sempre poco dopo, il Prof Falconi , il medico strumentalizzato dai media come “il salvatore” di Fedez (che no, per chi ci sta dentro fino il collo conosce bene la differenza tra un carcinoma aggressivo e un neuroendocrino) avrebbe perso la sua amatissima moglie, medico anche lei, sempre per lo stesso demone. In tre a fondare in Italia un centro ad alto volume e in tre provati da quello stesso male alla cui lotta, con immenso ardore, anima e cuore si erano consacrati.
Conservo le nostre mail, i whatsapp, l’incoraggiamento, lo sguardo di conforto paterno, l’umanità, la professionalità che se ne frega dei palchi, che si ritira dal clamore degli applausi perchè sa che non c’è tempo per perdere tempo.
Per quanto esista un’intera letteratura esoterica intorno alla malattia, chi ne viene colpito non deve mai, in nessun caso, sentirsi in colpa per non aver “gestito meglio” la propria vita spirituale. È una trappola pericolosa. Grandi Maestri, guide, artisti con una profondità interiore straordinaria hanno lasciato il corpo per una malattia. Non è una questione di vibrazioni sbagliate, né di “lavoro su di sé” fatto a metà.
Nel mio settore ho visto le peggiori sciocchezze dette a chi stava lottando — e il risultato è solo un peso ulteriore sulle loro spalle.
La verità è semplice: la malattia ti ribalta, punto.
Il tumore al pancreas è subdolo, veloce, spietato: oggi colpisce più di mezzo milione di persone ogni anno nel mondo e, nonostante i progressi, la sopravvivenza a cinque anni resta drammaticamente bassa.
Per questo, da professionista che si occupa anche di scienza spirituale, mi è fondamentale smontare certe narrazioni tossiche. Il dolore non è mai un fallimento dello Spirito.

Poi c’è l’altra faccia del cancro di cui nessuno parla: i caregivers.
I figli, i fratelli, le sorelle, i mariti, le mogli di chi è addentato da un cancro così difficile.
Sono coloro che reggono tutto senza chiedere niente. Sono quelli che i viaggi della speranza, i pianti repressi, le urla soffocate in un cuscino quando si vorrebbe dormire anche solo un’ora, ma le urgenze e l’imprevisto divora.
Chi fa da scudo, da braccio, da traduttore, da mediatore, da angelo custode.
Presente oltremodo, devoto, in missione. La più bella, quella vissuta in nome del vero Amore.
Essere caregiver per mio padre mi ha travolto, mi insegnato molto.
Mi ha sbattuto in faccia tutte le volte che – caregiver nell’ottava più bassa possibile, lo ero stata anche fuori da ospedali, cliniche e una camera da letto fatta di flebo, bombole d’ossigeno , mani da stringere e fronte da accarezzare.
Lo sono stata per anni in relazioni, amicizie, persino conoscenti, in dinamiche in cui davo troppo, oltre i confini, oltre il rispetto, oltre me stessa e la mia bambina interiore che ho lasciato troppe volte ai margini nella mia totale assenza d’attenzione.
Per riempire un vuoto.
Per sentirmi utile.
Per sentire di meritare amore.
La neurobiologia ce lo racconta chiaramente:
il cervello ripete ciò che ha imparato nei primi anni di vita.
Il Bambino Interiore ferito guida più di quanto possiamo immaginare una nave destinata presto ad affondare.
Se non lo guardi in faccia nelle sue crepe ti dirige.
Se lo prendi in braccio una volta per tutte e lo indondi di tutto l’ascolto negato, ti libera.
E allora oggi, che è ancora aria di quella giornata lilla, voglio dire una cosa chiara:
Chiedere aiuto non è debolezza, è competenza emotiva.
Chi attraversa il cancro di un genitore lo sa:
mettersi da parte per consacrare ogni energia — mentale, emotiva, spirituale, fisica — alla gestione di una sfida troppo grande e che ti cambia i connotati per sempre.
Non lo puoi fare da solo.
Non lo devi fare da solo.
A voi che state reggendo (o avete già dato) la tempesta senza mai cedere: prendetevi cura di voi. Il vostro dolore non è un dettaglio, è degno, è umano, è sacro. Non siete solo chi assiste: siete vite che meritano spazio, ascolto e riposo.”
A tutti i caregivers che conosco e non ma che la loro sofferenza la posso sentire nel midollo.
A chi non dimenticherà mai i neon delle corsie, le luci crude della notte, le urla smorzate, gli sguardi che bramano aiuto senza avere la forza di parlare.
A chi ha tenuto la mano fino all’ultimo, a chi ha sorriso mentre dentro gli crollava tutto, a chi ha firmato fogli, studiato e analizzato protocolli, preso su di sè la responsabilità di decisioni atroci, a chi ha dovuto chiedersi, notte e giorno, se fosse il momento di optare per una sedazione pregando il Signore di poter mettere fine a quel dolore consapevole di veder spirare e lasciar andare per sempre un grande amore.
Quello che avete fatto non è assistenza: è stato un atto sacro, è la fedeltà dell’amore quando il tempo dell’umano diventa avaro.
Io lo vedo.
E vi onoro.
Grazie a tutti i componenti di Famiglia Pancreas – alcuni dei quali nel tempo diventati amici e di cui conserverò a vita la magnificenza di quanto scambiato fino all’ultimo fiato di chi abbiamo , con straordinaria forza e infinito amore, accompagnato.
Ai medici degni di tal nome e diventati miei amici e a tutti coloro che purtroppo hanno lasciato il corpo ma non prima di avermi trattata come una figlia e sostenuta nel mentre combattevano la loro battaglia.
Vi porto nel mio cuore lì dove non può essere toccato nessuno.
Vi voglio bene,
volevo dirvelo ancora.
A tutti coloro Abbiate cura di voi
