
Oggi, 13 maggio, il mio Fratello avrebbe compiuto 40 anni.
Dal giorno in cui ho avuto la sensazione che me lo avessero rapito così, all’ improvviso, sono tracorsi diversi anni.
Un tempo carico di vita, ceffoni, scossoni. Ma anche un Viaggio incredibile e di squadra compiuto da me e i miei genitori
Da professionista impegnata nella relazione d’ aiuto, oggi sento però di dovermi esprimere su un punto quando si tratta il tema della morte e del dolore in generale.
C’è una parte di spiritualità da salotto che filosofeggia continuamente sul fatto che “la morte non esiste”, che “l’anima sceglie prima quando andrà via”, che “siamo esseri eterni che fanno un’esperienza terrena”, che “chi muore resta energia”, presenza, vibrazione, coscienza.
E attenzione:
non sto dicendo che tutto questo sia falso.
Dico però che troppo spesso queste frasi vengono usate come anestesia sofisticata del dolore.
Come fuga.
Come dissociazione elegante.
Come spiritualizzazione del trauma.
Perché la pratica è tutta un’altra cosa.
E per la propria salute mentale è DOVEROSO occuparsi davvero della metabolizzazione del lutto.
Altrimenti il rischio è enorme:
repressione emotiva, congelamento affettivo, ombra, dissociazione, compulsioni, perfino follia interiore silenziosa.
Quando ho perso mio Fratello — il mio migliore amico in assoluto — ero già una ragazzina morta dentro.
Depressa.
Spenta.
Disconnessa da me stessa.
La sua morte, tragica e improvvisa, mi colpì in un momento in cui non avevo strumenti per comprendere ciò che stava accadendo dentro di me.
E allora iniziai a ottundere.
A correre.
A riempirmi di frenesia.
A performare.
A vincere.
A fare.
A produrre.
Erano anche gli anni dei successi.
Studio.
Lavoro.
Riconoscimenti.
Sembravo inarrestabile.
E lo ero.
Ma a quale prezzo?
La vita, dopo, mi ha presentato il conto.
Con gli interessi.
Per questo oggi sento di dire una cosa che reputo importantissima:
non di rado, negli ambienti psico-spirituali, tocco con mano fatti e situazioni in cui le persone fanno tutto meno che attraversare il dolore.
Lo rifuggono in tutti i modi che conoscono e lo fanno camuffandosi dietro un avatar spirituale.
Ed è pericoloso.
Molto.
Si idealizzano guide.
Si idolatrano guru.
Si trasformano terapeuti in figure onniscienti.
Ne ho viste — e continuo a vederne — di ogni.
Servono persone esperte, sì.
Ma soprattutto esseri umani con esperienza incarnata del dolore.
Con struttura.
Con responsabilità.
Con un animo nobile, gentile, empatico, rispettoso.
Perché non basta parlare di coscienza.
Bisogna saper restare umani mentre si soffre.
E oggi mi viene quasi da sorridere pensando a quante volte — anche recentemente — ho ascoltato frasi pronunciate da chi sale sul pulpito degli “insegnanti”:
“Eh, ormai lui è dentro di voi.”
“Non può mancarti davvero.”
“Un’anima così straordinaria è ovunque.”
Eh no.
Immagini male.
Perché vivere la Terra significa anche questo:
sapere che esiste la mancanza.
E che alfabetizzare le emozioni è un’arte.
Dare nome al dolore.
Dargli spazio.
Non vergognarsene.
Non renderlo meno sacro tentando di sterilizzarlo spiritualmente.
Restiamo umili:
i veri Maestri capaci di trascendenza assoluta non abitano questo piano.
E quindi sì.
A me manca un botto mio Fratello.
Mi manca il suo sorriso.
La sua ironia senza eguali.
La sua nobiltà d’animo.
Il suo garbo naturale.
I suoi valori.
La sua incredibile capacità di gestione emotiva — che, posso dirlo serenamente, batteva la mia.
Mi mancano i cazziatoni.
Le frasi lapidarie.
Il modo in cui mi avrebbe detto di farmi rispettare.
Di essere prudente.
Di smetterla di aprire il cuore a cani e porci in tutti questi anni.
E io vorrei dirgli che sua sorella, alla fine, si è rialzata.
Che ha recuperato pezzi.
Che si è rimessa in carreggiata.
Certo che lo sa.
Ma vuoi mettere poterglielo dire guardandolo negli occhi suoi belli a quel gran figo di mio Fratello?
Sei OVUNQUE GIANNI del nostro cuore.
E resti, insieme a Babbo, il mio orgoglio più GRANDE.
Ho due guardie del corpo mica pizza e fichi.
Grazie per avermi scelta come tua sorella, Patellì ![]()
