Si fa presto a parlare di “adulti”. Ma la verità è che finchè non ci saremo presi adeguatamente cura delle ferite della nostra infanzia, con la premura di accoglierle con tutto quel marasma emotivo che si portano con sè, non potremo definirci davvero tali. Ce ne andremo in giro per il mondo, mendicanti, eternamente bisognosi di essere visti. Compresi. Accolti. in una sola parola, AMATI.

Ci muoviamo nel mondo dei “grandi” con la presunzione, spesso, di poter davvero insegnare qualcosa ai bambini, ma il più delle volte accade che questi ultimi ci sbattono in faccia, fedelmente, quella nostra parte bambina che crediamo essere ormai andato insieme alla beffa del tempo, e le cui tracce si perdono ingiallite tra qualche foto sparsa quà e là sull’album di famiglia.

Ma la verità è che quel bambino è dentro. Sepolto, affaticato, schiacciato dal peso di essere cresciuto nel corpo fisico ma non nella coscienza che spasmodica, reclama un bisogno ancestrale: quello di essere accolto totalmente per quello che è.

Quando si parla di diritti del bambino a me viene in mente sempre un nome: quello del grande Janusz Korczak – pedagogo, medico e soprattutto poeta polacco. Lui, che avrebbe potuto salvarsi la pelle, scelse di non abbandonare mai i suoi ragazzi e fu deportato a Treblinka dove venne ucciso con i 192 bambini ebrei dell’orfanotrofio da lui fondato a Varsavia.

In uno dei sui preziosissimi testi dedicati allo sviluppo del bambino e al riconoscimento dei suoi diritti riassume quello che io considero a pien diritto un manifesto dell’adultità.

 

Adulto è colui che ha preso in carico il bambino che è stato, ne è diventato il padre e la madre.

Adulto è colui che ha curato le ferite della propria infanzia, riaprendole per vedere se ci sono cancrene in atto, guardandole in faccia, non nascondendo il bambino ferito che è stato, ma rispettandolo profondamente riconoscendone la verità dei sentimenti passati, che se non ascoltati diventano, presenti, futuri, eterni.

Adulto è colui che smette di cercare i propri genitori ovunque, e ciò che loro non hanno saputo o potuto dare.

E’ qualcuno che non cerca compiacimento, rapporti privilegiati, amore incondizionato, senso per la propria esistenze nel partner, nei figli, nei colleghi, negli amici.

Adulto è colui che non crea transfer costanti, vivendo in un perpetuo e doloroso gioco di ruolo in cui cerca di portare dentro gli altri, a volte trascinandoli per i capelli.

Adulto è chi si assume le proprie responsabilità, ma non quelle come timbrare il cartellino, pagare le bollette o rifare i letti e le lavatrici.

Ma le responsabilità delle proprie scelte, delle proprie azioni, delle proprie paure e delle proprie fragilità.

Responsabile è chi prende la propria vita in carico, senza più attribuire colpe alla crisi, al governo ladro, al sindaco che scalda la poltrona, alla società malata, ai piccioni che portano le malattie e all’insegnante delle elementari che era frustrata e le puzzava il fiato.

Sembrano adulti ma non lo sono affatto.

Chi da bambino è stato umiliato, chi ha pensato di non esser stato amato abbastanza, chi ha vissuto l’abbandono e ne rivive costantemente la paura, chi ha incontrato la rabbia e la violenza, chi si è sentito eccessivamente responsabilizzato, chi ha urlato senza voce, chi la voce ce l’aveva ma non c’era nessuno con orecchie per sentire, chi ha atteso invano mani, chi le mani le ha temute.

Per tutti questi “chi”, se non c’è stato un momento di profonda rielaborazione, se non si è avuto ancora il coraggio di accettare il dolore vissuto, se non si è pronti per dire addio a quel bambino, allora “l’adultità” è un’illusione.

Io ho paura di questi bambini feriti travestiti da adulti, perché se un bambino ferito urla e scalcia, un adulto che nega le proprie emozioni è pronto a fare qualsiasi cosa.

Un bambino ferito travestito da adulto è una bomba ad orologeria.

L’odio potrebbe scoppiare ciclicamente o attendere a lungo per una sola e violenta detonazione, altri preferiscono implodere, mutilando anima e corpo, pur di non vedere.

Ciò che separa il bambino dall’adulto, è la consapevolezza.

Ciò che separa l’illusione dalla consapevolezza è la capacità di sostenere l’onda d’urto della deflagrazione del dolore accumulato.

Ciò che rimane dopo che il dolore è uscito è amore, empatia, accettazione e leggerezza.

Non si giunge alla felicità attraverso la menzogna.

Non si può fingere di non aver vissuto la propria infanzia.

Non si può essere adulti se nessuno ha visto il bambino che siamo stati, noi per primi”.

Janusz Korczak

 

Il Bambino interno ha un suo background emotivo e psichico che condiziona non poco le scelte di vite dell’adulto con cui ci identifichiamo oggi.

Questo aspetto è molto importante nella misura in cui il nostro prendere decisioni , agire o al contrario paralizzarci sembra modularsi su una logica comportamentale appresa nell’infanzia.

Esempio: se da bambino sono stato iper criticato da uno dei miei genitori, insegnanti o coetanei, posso, in età adulta, aver sviluppato la modalità di restare in silenzio in tutte quelle situazioni in cui mi sentirò esposto al confronto con l’altro. Il più delle volte, andrò ad attrarre personalità giudicanti che mi “obbligheranno” con lo schema di giudizio che manifestano a guardare la mia ferita e dunque guarirla.

La cura delle ferite è a tutti gli effetti un’operazione chirurgica ci insegna la medicina. “Chirurgo” in greco è:

Χειρουργός  ( keirourgos )– composto da – χείρ (mano) e da ἔργον (opera) = “la mano che opera” a riflettere un’interessante analogia con la Magnum Opus – la Grande Opera –  in latino, il  più autorevole nome di quell’ Ars regia che è l’ Alchimia . Perché è questo che fa un Alchimista: come fosse un medico dell’Anima, afferra con le mani  la sua esistenza mettendosi ad operare la sua ferita: non si tratta di estirparla ma di guarirla con Amore, l’unico ingrediente che permette alla stessa di trasmutare in dono.

La guarigione in termini esoterici, passa da un lavoro pratico e concreto che affonda le sue radici nell’auto-osservazione cosciente e nel risveglio della consapevolezza.

Per farlo non occorre pensare ai massimi sistemi ma partire da quell’incredibile palestra evolutiva generosamente offerta dal nostro quotidiano.

Per esempio le relazioni con gli altri, siano esse amicali, amorose o parentali, sono preziosissime occasioni di conoscenza e guarigione di tutte le nostre carenze d’amore e delle delusioni vissute nell’infanzia. Non di rado nelle relazioni sentimentali, il partner diviene un sostituto del nostro genitore e inconsciamente proiettiamo su di lui l’aspettativa di riscatto che solo il sentirci amati e accolti totalmente può fornirci. Ma questa è un’illusione destinata a liquefarsi come neve al sole giacchè non è lì fuori che troveremo quel che richiama attenzione al nostro interno. ( se l’esempio delle relazioni ti risuona, puoi approfondire qui prima innamorati di te poi di chi vuoi tu).

La ferita più dolorosa non è il non essere amati, ma il ritenersi non degni di amore.

Lo psicanalista Peter Schellenbaum, di matrice junghiana lo ha sottolineato più volte nei suoi testi dedicati al tema della “ferita dei non amati”:

«Nel corso degli anni – egli afferma – sono giunto a capire che la più grande trappola della nostra vita non è il successo, la popolarità o il potere, ma il rifiuto di sé»

Nessuno al di fuori di noi può sostituire quella coscienza d’Amore che può nascere solo all’interno: lo sviluppo di questa qualità animica però può nascere solo dalla capacità di ri-conoscersi, osservarsi profondamente spingendosi fino in fondo agli anfratti più bui della nostra anima e finalmente scegliersi fino a realizzare quelle nozze sacre con il nostro sè superiore che solo un’autentica manifestazione di auto- genitorialità possono consacrare.

E’ questo il leitmotiv di uno dei miei corsi dal vivo https://florianamaraglino.it/servizi-coaching/corsi-workshop/guarire-relazioni/ il prossimo è in partenza a breve!

Com’è stata la tua infanzia?

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Considero questa una domanda la cui potenza si esprime nel tempo e spesso quando abbiamo lasciato andare il bisogno della domanda!