Diciamolo subito: quando si lavora su di sè si soffre e anche moltoE si soffre così tanto che ad una certa la tentazione di voler tornare indietro è tanta.

Spoiler: indietro non si torna e non è una massima, è ciò che riscontrerai da te. Come? Prova a farlo e scoprilo.

Per esempio nei miei percorsi one to one e consulenze varie ed eventuali è una costante per niente paradossale del lavoro vivere quel momento in cui chi è dall’altra parte del setting mi dichiara a gran voce:

“Floriana, io te lo devo dire. Ho la sensazione orribile di essere tornato/a indietro anni luce”.

Ed io, ogni volta, sorrido. Sorrido e mi alleno ad essere quel foglio bianco su cui andranno a scarabocchiare tutto il loro livore per parti di sè che hanno troppo a lungo rinnegato, non espresso, soffocato.

Invidie, gelosie, rabbia se non addirittura odio di matrice antica quanto il mondo. Sensi di colpa, abusi e violazioni di sorta.

“Mi sembra un film dell’orrore quello a cui sto assistendo Flo “

Vero ribatto, ma dopo l’osservazione esiste la trasmutazione. Di cosa? Del piombo.

Si chiama Alchimia Inferior o Opera al Nero  : è una fase conoscosciuta anche come stadio di putrefazione richiamando le tenebre della profondità dell’inconscio di un neofita sul sentiero. Vedere quelle ombre può risultare tremendamente difficoltoso. Figuriamoci accettarle.

È la fase che rappresenta l’inizio del cammino iniziatico.

Usare il piombo è nel potere di un Alchimista scaltro che mai si sognerebbe di rifiutare il dolore. Perchè? Perchè ne conosce e ne fiuta le incredibili opportunità per la sua arte che è quella di fabbricare l’Oro.

Come posso accedere all’ oro se nego il piombo?

E’ questo il potere di un alchimista, è questo il tuo dovere. Sì, tu hai il dovere di ri-cordarti di te per iniziare davvero a guardare il mondo là fuori per come è e non per come dovrebbe essere.

Dolore Vs Sofferenza

Vengono spesso confusi ma no, il dolore non è sofferenza.

Facciamo un esempio pratico: se urtando contro un mobile mi faccio male, il mio corpo invierà immediatamente il segnale del dolore.

È fisiologico ed è un meccanismo fedelmente contemplato dal corpo come accessorio alla sopravvivenza.

Se impossibilitata a camminare mi ostinassi a farlo perchè “non posso permettermi di mancare un giorno a lavoro”, chiediamoci…di chi è questa voce? Del corpo o della mente che programmata per resistere sempre e comunque, rifiuta l’esperienza del dolore vivendolo come una minaccia?

Come dentro, così fuori.

All’inizio di un lavoro su di sè il dolore può essere vissuto come programmatico, iniziatico, assolutamente strumentale ad un’apertura di coscienza che concede l’ingresso ai cancelli della gioia incodizionata.

Ma, per muoverti in quella direzione, dovrai essere molto preparato ed allenato ed ecco che il dolore può comunicarti la tregua, “la fermata”, l’ “arresto”.

“Eh ma io ho iniziato un percorso per stare meglio ed ora sto peggio”. Chi vuole stare meglio? Te lo sei mai chiesto? Di chi è quella voce?

Di tutta probabilità, come nell’esempio del ginocchio che urta contro la sedia, la mente che rifiuta un segnale che non può nell’immediato controllare, gestire, prevedere, interpretare.

Qual è il risultato di questo sforzo?

Di produrne ancora di più in un meccanismo perfetto a spirale: il cane che divora la sua stessa coda.

Sento dolore – lo rifiuto- mi contraggo /incancrenisco sulle mie posizioni e così facendo produco un accumulo di dolore dieci volte più grande.

Divento il mio peggior nemico tutte le volte che resisto a qualcosa che chiede di esprimersi dentro e attraverso di me.

Pensate alla nascita, pensate alla rottura del guscio di un uovo: cosa accadrebbe se una madre gravida s’opponesse alla vita?

Il suo dolore è strumentale.

Il suo dolore non è per sempre.

Il suo dolore non gli impedisce di sorridere alla vita che stringerà di lì a poco tra le sue braccia.

Vivere consapevolmente nella gioia è un passaggio possibile ma non è frutto di un vagheggiamento mentale o di una speranza affidata alla preghiera della sera.

Vivere nella gioia, va realizzato e per farlo occorre impegno indefesso ma soprattutto una abnorme disponibilità a rinunciare, in partenza, a qualsivoglia obiettivo legato al tuo “voler star bene” .

Allenati da subito a far entrare dentro di te l’eco di queste parole e certamente sentirai elevarsi dentro di te una resistenza.

Ci ho preso?

Quando si intraprende un lavoro su di sè è decisamente auspicabile abbracciare la dantesca  Lasciate ogni speranza, o voi che entrate – tradotta in –  “Lasciate ogni speranza, o voi che entrate“.

prima rinunci a qualsivoglia aspettativa sul lavoro e i frutti che darà e più risparmierai energie preziose da impiegare nel lavoro stesso così da farlo diventare devozionale e focalizzato.

Quando Dante e Virgilio giungono di fronte alla porta dell’Inferno, il primo non può far altro che notare la scritta scura e misteriosa posta su di essa. Non avendo afferrato subito il senso della frase, chiede a Virgilio il significato, quest’ultimo lo ammonisce dicendogli che non deve aver paura di entrare nell’inferno e che piuttosto deve prepararsi psicologicamente per affrontare la visione delle anime tristi dei dannati lasciando ogni esitazione (sospetto) e titubanza, essendo questo un luogo dove si incontrano le persone che hanno perduto Dio, il bene intellettuale per eccellenza.

Che dite, ce la sentiamo di iniziare a mettere in pratica?

 

E tu hai mai riscontrato la sensazione, lavorando su di te, di tornare indietro?

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