La notizia della morte dell’immenso e folle regista David Lynch mi ha aperto una finestra su di un passato che è qui, mai come ora. Adesso.

Nel mentre non riuscivo a dormire nonostante la stanchezza, riflettevo sulla straordinaria opportunità che l’esperienza della morte offre non solo a chi va, ma anche a chi resta .
Attraverso quell’illusoria fine, è possibile abbracciare quella soluzione di continuità che trova la sua ragion d’essere in un passaggio di stato: per chi va, materico, per chi resta, psichico e sensoriale. Spirituale.
Se ad andarsene è un’Anima che si è fatta canale dei dettami del divino in tutto il suo richiamo infinito, noi abbiamo il dovere di realizzare cosa è accaduto durante il suo passaggio che non è solo terrestre in senso lato, ma anche individuale.
Accade quando un Jim Morrison, una Janis Joplin o un Jimi Hendrix ti entrano dentro e non lo puoi spiegare.
Non lo sai spiegare.
Accade quando un Michel Stipe trova le parole per musicare le tue perturbazioni emotive e tu non puoi fare altro che arrenderti. Lasciarti andare.
Quanto mi piaceva, soprattutto negli ultimi tempi, parlarne con papà ,quando provava a trasferirmi che cosa fosse per lui Sinatra, Elvis, Richard Clayderman o Lady Piaf , che io gliela vedevo tutta addosso quella luce negli occhi quando “ Nà, nà, senti sto pezzo, Florà, come si fa”.
E a me non restava che rispondergli : – a me lo dici, Pa’! –
Grazie alle “morti della mia vita”, quelle dei mie amati e non ultima la mia interiore, ho fatto esperienza dell’immenza ricchezza che solo quel vuoto illusorio ma profondamente, intimamente e drammaticamente attraversato può regalarti, quando si fa pieno, denso, glorioso, carico di una eredità che no, figurati se se ne va.
È mia, è tua, è di tutti, per sempre a patto che chi resta però se ne accorga attraverso una sincera veglia.
E dunque, sì, sempre la scorsa notte riflettevo: se una società non ha occhi per ri-conoscere la bellezza, una delle più Alte manifestazioni dell’Arte quando si fa, dell’umano, riflessione maieutica e poetica, comincia la vera decadenza (come ricordava anche Battiato), la morte più becera: quella spirituale.
Quella che rinuncia a priori al viaggio cui tutti siamo chiamati: vivere cosa significa essere Anima Immortale.

La musica, la poesia, la scrittura e l’elevata cinematografia in questo senso, si fanno portali di divina intensità.

È anche per questo , oggi lo so, che finii con l’innamorarmi di quell’unico ragazzo , mio compagno per diversi anni, che poteva, come nessun altro, ri-conoscere quel suo stesso estro e al contempo slancio di integrazione di tutte le arti e i generi in un’unica forma : l’esperienza di esistere oltre l’illusione, con il brivido di intrufolarsi nell’ombra pur sapendo che si rischiava di non uscirne più giacchè insieme era più bello.
Insieme è e sempre sarà eterno.
Ecco uno degli straordinari contributi del genio artistico e missionario ad ampio raggio: fornire una chiave di passaggio nel percorso di scoperta, di risveglio, di comprensione dell’esistenza.
Correva l’anno 2001 e un capolavoro assoluto diretto dalla regia di David Lynch veniva sfornato : Mulholland Drive. Per me liceale inquieta che consegnava all’esterno l’immagine di una ragazza timida, solitaria , a tratti strana, ma che viveva invece una realtà parallela impenetrabile, difficilmente avvicinabile se non da anime affini, la visione di quel film si rivelò una esperienza succulenta, una di quelle che ti segnano l’adolescenza.
In sottofondo, musica, arte, poesia, scrittura, cinematografia e filmografia di valore , compagnia fedele nelle notti di scompiglio , di riflessione, di crisi esistenziali e mistiche e talvolta, di dolore.
Protagonista assoluta, come sempre quando si tratta di quel pazzo geniale di Lynch, la psiche.
La mente che si perde, si immola, rinsavisce, svanisce.
Un delirio totale, un girone dantesco, infernale.
Un viaggio sensoriale colossale.
Una corsa lenta tutta da amare.
Proprio come questa vita quando comprendi che non la puoi afferrare , ma solo, attraversare.
Condivido dunque con immensa commozione e nostalgica passione, uno dei miei momenti preferiti, la scena – capolavoro che si apre al Club Silencio : una straordinaria rottura tra il caos e compostezza, l’inconsapevolezza e la presa di coscienza.
Dopo aver fatto l’amore, all’apice della loro relazione, una delle due protagoniste ha un incubo che le fa farfugliare delle parole sconnesse. L’altra decide di assecondarla e di accompagnarla, in piena notte, in un locale, il Club Silencio.
In scena,un modesto teatro con pochissimi spettatori e sul palco un uomo, forse un illusionista, di fronte a un microfono che riprende le stesse parole farfugliare nel sonno dalla protagonista:
Silencio. This is all a tape recording. No hay banda! And yet… we hear the band (…) It is an illusion.
Non c’è nulla di reale, dichiara.
È tutto finto, registrato.
In seguito, una cantante si esibisce nella versione spagnola di Crying, brano di Roy Orbison.

 

 

Yo que pensé que te olvidé
pero es verdad, es la verdad
que te quiero aun más
mucho más que ayer
Dime tú que puedo hacer

Pensavo di averti dimenticato
e sì, è vero che  ti amo anche più di prima
ma dimmi, che cosa ci posso fare?

Come si spiega l’intensità di quella voce senza musica ma che è essa stessa musica che s’inerpica in acuti di strazio , dolore e disperazione in un climax tensionale che sfocia nel pianto mentre il volto si contrae , in quel maremoto paradossalmente composto ?
E no che non si spiega e in questo è magistrale il messaggio della genialità della Maestria Lynchiana:
il senso che tutti ricerchiamo, è la sensazione oltre l’illusione.
Lo spettatore infatti, si ingegna e forse nel tentativo di cogliere il finale e dare interpretazioni, si dispera ma non riesce, perchè il finale è proprio questo: il non poterlo afferrare ed essere costretti in quel pianto che è anche nostro, collassare.
Il finale è dunque un non finale: accettare l’illusione per poterla vivere attraverso una emozione reale. L’unica possibile nel momento presente mentre la tua mente è impegnata e ossessionata da ricercare, capire, controllare.
Lynch forse proprio in questo lancia un messaggio spettacolare: inutile incaponirsi con la convinzione che guardare è conoscere e comprendere: l’unica Via è SENTIRE e farlo attraverso l’esserci nel corpo emozionale, non nella ricerca delle risposte e nell’ iper – analisi della mente razionale.