Te lo dico subito: qualsivoglia dolore tu stia sperimentando, NON DEVI ESSERE FORTE NECESSARIAMENTE.

Già, non devi essere forte ma puoi esserlo.
Magari un giorno,non ADESSO.

UNA RIFLESSIONE DA UNA DELLE MIE ESPERIENZE DI DOLORE

Quante volte te lo sei sentito dire “devi essere forte” o ancora ” tu ce la fai perchè sei veramente tanto forte“?

Io tante. E tutte le volte che accade, mi fermo a riflettere.

Per me che mi ero già ampiamente misurata con un lutto atroce, innaturale secondo le logiche umane, e per i 21 anni che avevo, letteralmente surreale, le fasi dell’attuale metabolizzazione legate alla perdita di mio Padre, potrebbero apparire “più gestibili” e di fatto lo sono ai più, che spesso, non ci sono neanche passati.

É una legge: si suggerisce e consiglia agli altri, ciò di cui non si è fatto esperienza o che non si è raggiunto personalmente.

Questo è uno slancio tenero, perchè il più delle volte, accade quando la persona coinvolta quel consiglio non l’ha minimamente chiesto.

Saper stare nel dolore è frutto di un’acquisizione.
Ci si arriva con l’esperienza e un non trascurabile impegno. Per me, il differenziale, l’ha fatto la mia Passione – nel senso più profondo del termine e la devozione per la mia Croce, per la mia missione.

A me piace chiamarlo ardore.
Ardore incontenibile di scienza esistenziale e conoscenza, la stessa che poi ti porta a cogliere bellezza ovunque e comunque.

Di quale conoscenza sto parlando?
La conoscenza di chi sei oltre tutte le maschere in cui ti sei per anni rintanato e ingabbiato e che, se sostenuta da un cammino spirituale genuino, allena a gestire e gestirti senza troppe sbavature, senza lagnarti e recitare il ruolo della vittima incompresa, senza scaricare sugli altri i tuoi livori, i tuoi problemi, la tua rabbia e non ultimo,il peso di quella domanda:

” perchè a me?”

E’ una domanda che a me ha cambiato la vita e non per la sua formula linguistica, ma per il tenore della risposta che la Vita mi corrisponde di volta in volta e cosa ancor più importante, per il centro che oggi mi sforzo sempre più di governare e che posso così sintetizzare:

se quel qualcuno che un po’ tutti conosciamo, è salito sulla croce e quella sua missione , fatta di SACRificio a devozione ha portato a qualcosa di IMMENSO per l’umanità intera, chi sono io per osare una qualsivoglia presunzione e credermi in credito con questa incarnazione?

É un salto che ho fatto già anni addietro e che ora, lo ammetto, mi fa vivere “di rendita” questa profondissima assenza.

E qui arrivo al dunque, a quelle chiacchiere tenerissime che sempre abbondano melense in certi salotti spirituali e non solo ( e sottolineo che queste sono frasi che non ho ricevuto personalmente , ma con la mia incallita osservazione di ciò che mi circonda e degli attori coinvolti, ascolto, registro e con spirito non giudicante, afferro):

– non sono assenze , loro ci sono sempre!
– è tutta una illusione , loro ci parlano!
– bisogna imparare a conviverci.

e l’immancabile cigliegina – DEVI ESSERE FORTE

Quando ascolto , non di rado, mi capita che faccio un sacco fatica a contenere la commozione, perchè la fragilità umana e la precarietà della nostra condizione , agli occhi di chi VEDE è camuffata sempre con la migliore intenzione:

esorcizzare il più possibile il terrore della fine, della morte. Ignorando, di riflesso, il passaggio della rinascita e trasformazione/ resurrezione che qualsivoglia esperienza di dolore prepara.

LA PAURA DELLA FINE , LA PAURA DI SOFFRIRE

Qualche giorno fa per esempio, al bancone di un bar, un amico mi ha detto – sai, io non ho paura di morire – ed ecco la nostra inconsapevolezza, già qui, si fa sentire perchè non ci rendiamo conto che sì, abbiamo, eccome, una fottutissima paura di morire , invece, a noi stessi, alle nostre meccanicità, alle nostre grossolanità, alla nostra versione peggiore: quella che fa una fatica enorme ad andare oltre l’illusione.

Proprio ciò di cui così ostinatamente si parla senza mai aver fatto esperienza di cosa significhi oltre-passarla giacchè non si tratta di qualcosa che puoi raggiungere “a parole”.

Inevitabilmente , la paura della fine continua a serpeggiare indisturbata, in ogni cosa:

-la fine di quella relazione, di quell’amicizia, di quel progetto, di quella narrazione che ho dovuto tenere in piedi nella mente per proteggermi dal dolore.

Ok, una volta chiarito questo, come si fa a varcare quella soglia in cui viviamo l’esperienza di non separazione tra noi e tutte le cose, eventi, accadimenti, persone?

Si fa che il dolore si SENTE FORTE, sin negli anfratti della pelle.
E si sente per davvero non come crede la tua mente che ama parlare, raccontare, invadere di messaggi caotici te stesso e gli altri , dichiarando grandi proclami su quanto sei stato sfigato, bravo o sentenziato.

Il punto è:  SIAMO CAPACI DI FARE SILENZIO?

Qualche suggerimento:

Stacca da ogni cosa, molla il cellulare con quelle notifiche a iosa, gestisci con ordine ogni cosa, pulisci la tua casa, getta il superfluo, riconosci lo spasmo a riempire quel vuoto , non disturbare gli altri ma soprattutto TE STESSO.

Parla meno, fai SILENZIO.

Chiaramente io non mi sto riferendo specificatamente al  lutto per la morte di qualcuno, ma di quello che ti porti dentro per un botto di cose e che stai ignorando da tempo.

La fine dell’illusione di ogni grado di separazione arriva ma non è scontato ed è ciò di cui non dovresti preoccuparti affatto.

Perchè? Perchè per esempio, proprio adesso la tua mente ha preso il volo, ma tu non te ne sei accorto ed hai già perso l’occasione che questo istante ti ha offerto,  che è l’unica cosa di cui veramente occuparti, adesso:

VIVERE da S V E G L I O

Puoi farlo al meglio se però non fai quello che in nome della sua “parte divina” si dimentica di quella umana. E’ quest’ultima che merita altrettanta importanza (giacchè non potresti neanche ri-conoscere la preziosità dell’altra), attenzione, contatto, AMORE.

É così che piano piano, si prepara accesso ad un’ altra imensione grazie alla sperimentazione della “mancanza” : di quel partner, di quell’amico, di quella persona amata e trapassata.

Se infatti è vero che può mancarti solo ciò che non c’è dentro di te è altrettanto vero che la nostra fisicità sente dolore proprio come Gesù , le spine sulla croce.

L’IMPORTANZA DI NORMALIZZARE IL DOLORE

Il dolore investe un territorio che fa paura perchè troppo poco battuto: quello dell’introspezione sicura.

Si tende a vivere separando il bene dal male, il giusto dallo sbagliato, il sorriso dal pianto, la gioia dal dolore.

Da questa continua suddivisione e ghettizzazione delle esperienze di sofferenza nasce la spinta pressante all’ormai illusiorio – be positive – manifesto sempre verde di tanta dottrina motivazionale e del pensiero positivo di stampo new agista.

Il dolore, invece può diventare infinitamente prezioso quando non più temuto ma vissuto come un passaggio spesso necessario.

Non è un caso che la maggior parte delle esperienze di risveglio della coscienza, se non tutte, traggano radice nell’esperienza di una crisi esistenziale o di un trauma che porta l’individuo che lo vive a vivere sofferenza e disagio psicologico.

Normalizziamo dunque le mancanze, le assenze, le lacrime incazzate e quelle camuffate, il nodo alla gola, l’ansia che t’assale quando torna quel ricordo orribile alla tua memoria.

Quando ho iniziato, molto adagio, a respirare luoghi e cose di mio padre , ho creduto di morire dal dolore.

Chi era con me , chi c’è sempre stato e chi c’è adesso , sa di cosa parlo e voglio davvero ringraziarlo perchè in silenzio ha osservato, è rimasto zitto e tutto l’Amore del mondo m’ha passato in un abbraccio che aveva dell’eterno, anche se nel commiato.

ATTACCARSI ALLA MATERIA: ma cosa vuol dire davvero?

A proposito di ” cose materiali” ho ascoltato negli anni,tantissime ipotesi spacciate come verità incontrovertibili  nei  salotti spirituali:

– è importante non attaccarsi ,sono solo cose, la vita è oltre .

Se state affrontando un lutto pesante o una qualche forma di separazione, prendete queste parole e fatevi un favore: ascoltatele ma senza avere la pretesa di “sentirle” nel cuore. Ecco, non attaccatevi ad esse , prima ancora che alle cose in cui, tanta parte di vita VERA s’è impregnata, atomicamente, imaterializzando ciò che lo Spirito aveva anelato.

Quante volte vi ancorate ad un profumo solo perchè vi evoca un momento e l’ultima cosa a cui pensate è la fragranza?

Che si tratti di una morte fisica o della vostra interiore o di una relazione, non cambia: prima di trascendere “quelle cose” si sta dentro e si attraversano nella carne le storie che hanno raccontato.

Sfugge a tanti ricercatori, infatti, che abbiamo scelto di incarnarci su un pianeta chiamato Terra e come dicevano  gli antichi alchimisti  siamo chiamati “materializzare lo Spirito e spiritualizzare la materia”.

Prima di arrivare a compiere questo progetto ambizioso però, in teoria, dovremmo prima di tutto, “familiarizzare” con le cose del mondo.

Prima di ascendere al cielo e vestire gli abiti del nostro Maestro asceso come farebbero i bambini, ricordiamoci di sentire i piedi nella Terra.

Di affondarli nel fango, della materia.

Ed ora dimmi, cosa vuol dire per te “essere forte”? Sai, ritengo che il concetto dell'”essere forte” vada assolutamente rivisitato.

Di questo però , ne parliamo in un nuovo articolo.

Buon lavoro!